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RossodiSeppia
Non posso vivere con te, sarebbe vita, e la vita è lassù, sullo scaffale (E.D.)
 
 
 
 
           
       

 
14 maggio 2012

4 giorni da kidult

Ho guardato Quasi amici vedendo M. commuoversi come sempre, dopo avere ingurgitato un imprecisato numero di piatti del take away indiano, un pout pourri di spezie, pollo, riso con verdure con lenticchie con pollo, cheese nan che con gran fatica ho dovuto riscaldare in forno. Sono tornata dal centro cantando Rino Gaetano a squarciagola, con il frappé al Cardamomo infilato nel portabicchiere dell'auto. Sono stata sveglia fino a notte inoltrata per la frenesia del decidere come giocarmi il pomeriggio libero seguente, e anche per chiedermi dove fosse quella polpettina da abbracciare. Ho visto due puntate di Sex and The City con M. trovandole abbastanza divertenti da ridacchiare, e non è poco. Ho mangiato un gelato fragola e cioccolato scoprendoci dentro il gusto delle fragole vere, passeggiando sotto un cielo limpido e fregandomene dello smog. Ho provato un vestito a stelle con una anziana commessa dal forte accento toscano che vende cose tanto belline e che mi ha detto con slancio e senza ruffianerie che mi donava molto, a me che ho una figura così fine, così distinta, e le ho voluto bene. Mi sono svegliata tardi dopo aver spento la sveglia arrivando tardi al lavoro e giustificandomi col capo come un'adolescente. Lo stesso giorno ho dimenticato di timbrare al ritorno dalla pausa pranzo. Ho lavorato aspettando le 16 come non faccio mai. Ho fatto aperitivo con M. in un bar molto chic pieno di tartine per poi camminare lentamente fino al cinema, per vedere l'ultimo piacevole flop di Woody Allen. Ho mangiato gli avanzi del take away in pausa pranzo e mi sono semplicemente dimenticata di alcuni pasti. Mi sono soffermata sulla verde giungla urbana che si vede dalle nostre finestre e ho pensato che a Grugliasco davvero manca solo il mare. Ho mangiato davanti alla tv. Ho visto "Il mio amico Eric". Ho camminato per mano con M. per le vie del centro. Ho vissuto in stato di ebbrezza.

C'è molta autodisciplina nella mia mancanza di disciplina. Ho capito che in un primo momento non sono più capace a gestire la libertà ma che l'adolescente che è  in me è viva. E vegeta.

Non ho mangiato frutta e verdura, almeno non intenzionalmente.

Non ho cucinato e soprattutto non ho pensato a cosa cucinare.

Non ho lavato i piatti.

Non ho visto e frequentato nonni.

Non ho litigato con M.

(la concatenazione non è casuale)

Questo ho fatto e non fatto nel varco di libertà che si è aperto in questo inizio estate, che proprio perché non poteva e non doveva durare è stato bello.




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7 maggio 2012

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I love Grugliasco


Triora


Triora


Triora









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5 maggio 2012

Il mio amico Eric

           

Devo frenare l'entusiasmo per parlare di questo film e del suo regista. E' che a noi in Italia ci manca un Ken Loach, magnifico imbattibile geniale regista della classe operaia britannica. Uno che racconti la vita dei poveri cristi senza tirare fuori il peggio come fa Maria De Filippi, bensì facendo emergere il meglio e il buono che c'è in ciascuno di noi. Un film che ci ripensi la mattina dopo nel letto e ti scende una lacrima, e ti chiedi se hai mai avuto amici come quelli di Eric. Non è a questo che dovrebbe servire l'arte?

Eric è un postino di mezza età, un tipo pelle e ossa anche un po' sdentato, lui e tutti gli altri attori hanno quelle tipiche inconfondibili facce inglesi dei film di Loach, anche le loro case e i pub che frequentano sono Inghilterra allo stato puro. Ha alle spalle una famiglia che ha abbandonato a 21 anni e una donna con cui non parla da 30 anni che ora deve rivedere per crescere insieme la nipotina. Ha un fardello di rimorso e di amore da spiegare e non ci riesce. Vive con due adolescenti che lo trattano come un fantasma e ha dei simpatici colleghi che lo aiutano in molti modi, tra i quali sedute di autocoscienza in cui ognuno rievoca il proprio personaggio-guida. C'è chi ha Fidel Castro, c'è chi ha Gandhi, Eric ha il mitico calciatore francese del Manchester Eric Cantona. In un momento in cui è più disperato del solito, il possente Cantona gli si materializza di fronte in camera sua e attacca a dargli consigli. Lo vuole aiutare. Inizialmente Eric è spiazzato e irritato.

Nel frattempo in casa sua le cose precipitano: il figlio adottivo frequenta un brutto ceffo che lo ricatta, tiene un'arma in casa e non riesce a liberarsi dalla morsa di quella gentaglia. Eric finisce nei guai per aiutarlo e non sa come uscirne. Nel frattempo è riuscito a parlare con Lilly, la madre di sua figlia abbandonata 30 anni prima. Si frequentano di nuovo, ne è sempre innamorato. Le cose precipitano ma Cantona spiega a Eric quel che c'è da capire: che abbiamo sempre più scelta di quello che pensiamo. Eric chiede aiuto agli amici e gli viene una strepitosa idea per togliersi dai guai, perché l'unione fa la forza. Sembrerebbe un film sul calcio e sull'amicizia maschile ma miracolo, parla a tutti. Siamo felici quando quella maledetta pistola viene presa a martellate sulle costose piastrelle italiane. Siamo felici perchè c'è un modo intelligente, corale, originale e spiazzante di sconfiggere la violenza. Perchè non bisogna essere ricchi prepotenti e fighi per farcela. E alla fine, come in tutte le favole, Cantona toglie il disturbo perché ha portato a termine il suo compito. Resta in mezzo alla strada, bello forte e con uno sguardo significativo salutando Eric che sale sul suo il pullman di ultrà.

Per questo film sì che avrei speso volentieri 7 Euro.

Abbiamo sempre più scelta di quello che pensiamo.




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3 maggio 2012

Valté, 7 aprile 2012




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2 maggio 2012

Neverending Story

Alle medie lessi “La storia infinita” di Michael Ende e ne rimasi folgorata. Ci trovai dentro tutto quello di cui avevo bisogno a quell’età per prendere coscienza del fatto che la letteratura era il mio faro, mio e solo mio, perché quella era l’età. Folgorata sulla via di Damasco come Paolo di Tarso, capii che non ero la sola, di notte sotto le coperte con la lucina accesa, ad aver trovato nei libri dei veri amici che non mi avrebbero mai tradita. E così è stato, anzi fui poi io a tradire loro con l’età, le cose da fare, la voglia di evadere e quindi di allontanarmi dai classici per prediligere sempre più la letteratura pop. Ma le 5/6 diottrie che ho perso da ogni occhio sono la mia medaglia al valore di quella passione che in milioni coltiviamo. Ma questa è un’altra storia, e la dovrò raccontare un’altra volta.

E’ grazie a “La storia infinita” se scoprii l’orgoglio di leggere  e potrei provare anche subito che sul mio diario come su quello di altre mie compagne c’era scritto e sottoscritto  a chiare lettere e a scanso di equivoci, che “è facile dominare chi non crede in nulla”.

Ne “La storia infinita” c’è tutto: l’infanzia, i sogni e la loro eterna lotta con le realtà, il sempiterno triangolo tra lettore e libro e scrittore, la metaletteratura al quadrato, il dolore dei bambini, la perdita della madre-cuore e la convivenza con il padre-testa, la dicotomia scolastica matematica/letteratura che diventò una bandiera con esiti per me nefasti. Ne “La storia infinita” tutto è metafora di tutto e niente è fine a se stesso. Il mondo della fantasia è una scusa per invitarci a guardare, cercare e andare Oltre. Le metafore ci sono tutte: c’è il libraio che non è lì per caso (nessun libraio lo è), c’è lo specchio in cui trovare il proprio alter ego, c’è l’eroe umanizzato e il piccolo terrestre trasfigurato, c’è l’imperatrice senza nome cui il protagonista dovrà infine regalare il nome di sua madre, c’è il desiderio e il sogno come motore e salvezza dell’umanità, ci sono i maledetti piedi da tenere per terra per poi decidere sempre e definitivamente  di non farlo. C’è la palude della tristezza perché cos’altro è la tristezza se non una palude? C’è l’oracolo del Sud che fulmina chi non crede in se stesso e sopra tutto c’è il regno di Fantàsia, che come sanno anche i muri “non ha confini”, e c’è un bambino che lo salverà, non un adulto ma un bambino. E poi c’è il Nulla, che mangia e distrugge tutto perché l’umanità ha rinunciato a sognare. C’è tutto un mondo incredibilmente somigliante al nostro, che va a pezzi e che non si sa dove sta e ognuno lo può trovare dentro di sé. Sono cose che tutti i ragazzini devono imparare e ascoltare per non correre il rischio che ne abbiano solo il presentimento. Come sembra semplicistico raccontato adesso, come sembra piccolo quel bambino che un tempo mi sembrava già così puberale, eppure quanti ragazzini hanno bisogno di sentire questa storia. Perché nessuno è più capace di fare una storia in cui ci sta tutto, il bene il male la paura il coraggio, il senso del mondo e il suo riscatto. Una storia con immagini viste oggi così  rudimentali eppure  fantasiose, che non distolgono l’attenzione dal contenuto come potrebbe fare un film in 3D.

Penso che 14 anni o giù di lì sia una buona età per capire questo libro/film e ma qualcuno mi ha preceduta e così il folletto poche sere fa l’ha visto in anteprima, a soli 3 anni. Sarà che è figlia mia, sarà che dalle mie spiegazioni ho fatto probabilmente trapelare una punta di entusiasmo, ma è stata una vera folgorazione: non ha più voluto vedere altro e parlare d’altro. In 2 giorni ha imparato tutto del fortunadrago Falcor, di Morloc l’essere millenario, di Artax che è sprofondato nel fango. La parte che in assoluto la ossessiona è la piccola parabola dei 3 compagni di scuola di Bastian, i bulli che all’inizio vogliono rubargli i soldi e lo buttano nell’immondizia, che ricevono infine la loro lezione, inseguiti da Bastian in sella al fortunadrago e costretti a buttarsi in un bidone della spazzatura per sfuggirgli.

E ora il folletto vorrà fare rewind e rewind per almeno 2 mesi o 3 su tutto questo.

Ma questa è un’altra storia, e la dovrò raccontare un’altra volta.

 




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27 aprile 2012

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4 aprile 2012

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The greatest thing a father can do for his daughter is to love her mother

(Elaine A.)





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1 marzo 2012

Battesimo

Ti ho vista terrorizzata dal maestro buono come il pane e attratta come sempre dalla maestra, che avrà la metà dei miei anni e avrei voluto un incrocio tra Mary Poppins, Cristina D’Avena e la balia più affettuosa del mondo mentre questa ragazza è “solo” simpatica, e affettuosa certo ma ai minimi sindacali. Ti ho vista abbandonarti alle sue braccia che ti spingevano in acqua con molte reticenze ma con tutto il coraggio che il tuo faccino rotondo e sperso poteva esprimere. Sostenuta da un minuscolo salvagente mezzo sgonfio sei rimasta sospesa in mezzo alla corsia, senza appigli, eppure sembrava non avessi mai fatto altro che quello. Ti ho vista afferrare la mano della maestra con occhi di supplica e mandare giù il cloro con grande dignità. Ti ho vista battere le gambe e raggiungere una boa troppo gremita di bambini. Ho visto il profilo perfetto del tuo panciotto mettersi in fila per i tuffi e le tue braccine chiedere di poterne fare ancora. Ho visto quella vecchia cuffia un po’ larga caderti sugli occhi e sono stata travolta da una tenerezza insopportabile. Ho visto la tua testolina rotonda come una mela, la più piccola di tutte, farsi guidare in una vasca per te enorme di acqua profondissima, verso l’ignoto. Ti ho vista sorridere soddisfatta in alcuni tratti, ti ho vista studiare con gli occhi spalancati i comportamenti degli altri bambini. Ho visto di nuovo come, opportunamente introdotta, quando sei in ballo balli, anche se all’inizio hai un po’ paura. Ho visto come la tua paura espressa sia inversamente proporzionale allo spazio che ti separa da me. Sono regredita alla mia prima lezione di nuoto.  Ho dovuto trattenermi, come sempre, e mi sono congratulata con me stessa per aver capito questo grande segreto materno del trattenersi e per tutto il karma che mi illudo di aver fatto avanzare da quando ci sei tu. Ti ho salutata con complice discrezione sentendomi inutile e imparando ancora quanto vi sottovalutiamo, a voi bimbi. Ho visto la maestra farsi conquistare e complimentarsi con te. E mi sono ripromessa di non rovinare tutto con le parole questa volta o almeno di dosarle. Ti sei fatta fare la doccia e lo shampoo senza piangere per la prima volta da due anni e per la prima volta, a tre anni e due mesi, ho potuto asciugarti i capelli col phon. Per noi che non andiamo ancora a scuola, oggi un altro pezzetto di cordone si è staccato ed è stato importante. Almeno per me.




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23 febbraio 2012

Fantasia mimetica

Mi piacerebbe che per ogni foto di soldato che abbraccia il figlio piccolo piangendo all'aeroporto (sottotesto: non ti ho mai conosciuto, non ti ho cresciuto [scusa com’è che ti chiami?] ma hei, avevo da fare una cosa importante per l’umanità: difendere la Nostra Patria [occupandone un’altra]) ne fossero pubblicate 30 di immigrati che fanno i /le badanti in Italia e se gli va bene riescono a riabbracciare il figlio una volta l’anno, o che tra un micro furto e un turno di 19 ore in una fabbrica del Nordest si recano in un phone center di periferia per chiamare la famiglia dall’altra parte del mondo, o che abbracciano il figlio su un barcone che sta affondando nel Mediterraneo. Cose così, di tutti i giorni, numerosissime, invisibili e inpubblicabili.




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15 febbraio 2012

Boicottare stanca

Ci scommetterei non so cosa che la favola dei tre porcellini è sponsorizzata dalla Impregilo e niente mi provoca più antipatia del porcellino saggio che fa la predica agli altri due sul fatto che solo con il mattone ci si può difendere dal lupo cattivo. Una favola tutta italiana, insomma: edilizia in mano a porci. E così mi trovo a sorvolare sul porcellino saggio e mettere più enfasi sul lupo che si brucia la coda eccetera.

E che dire della casetta di Marzapane di Hansel e Gretel? Per me il sogno proibito più succulento e sognato da sempre, ma quanti aromi dell’industria alimentare si annideranno in quelle finestre di lecca lecca e quei tavoli di cioccolato e quei lettini di Marshmallow? Esiste una versione steineriana in cui la casetta abbia i vetri dolcificati con malto d’orzo e il tavolo fatto di fave di cacao equosolidali dell’Ecuador senza zucchero aggiunto? In cui il lattosio sia stato bandito dalle travi del tetto? Perché ormai chi legge e chiacchiera col prossimo lo sa, che tutte queste cose sono nocive, proprio come la triade uovalattefarinabianca che Pimpa e qualunque altro personaggio di qualunque favola troviate in biblioteca usa per fare le sue torte.

E il cacciatore che spara, cosa devo dire di lui? Nel brutto anatroccolo è facile dipingerli come cattivi e brutti ma in Cappuccetto Rosso come la mettiamo? Come la mettiamo con un Gatto Con Gli Stivali che racconta una montagna di balle per raggiungere il successo e la ricchezza?

Genitori di oggi consapevoli e pronti a sfidare il mondo, siamo così patetici. Così stanchi, soprattutto. La nostra vita è così infinitamente ambigua e tortuosa e piena di compromessi che non vorremmo nella ricerca costante del giusto e nello scontro costante con la realtà delle cose.

Però il lupo rimane cattivo e la sua pancia va tagliata con un coltellaccio da cucina per far uscire capretti, nonne, nipoti e chiunque altro purché vivo e intero. E la strega di Biancaneve resta orribile, coperta di stracci, agghiacciante e grida “sepolta viva!” ridendo a crepapelle con quella sgradevole voce da cornacchia. Bisogna pur esperire.






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2 febbraio 2012

Un po' di neve e un saluto

"Io non voglio che tu diventi una nullità in una fabbrica qualunque di una cittadina qualunque"

(Susan Sarandon)           

Stamattina mio papà, bontà sua, ha insistito per accompagnarmi al lavoro dicendo che solo per togliere il ghiaccio dal finestrino mi ci sarebbero voluti 15 minuti. In effetti la situazione si sta cronicizzando e/o peggiorando. Il mio problema è che devo svegliarmi prima per poter timbrare in orario e io odio, non uso questa parola a sproposito, svegliarmi prima. Arrivo al venerdì che sono un relitto. E questa è la settimana facile. E per dovere di cronaca devo ricordarmi che sono una di quelle che si alzano più tardi qua dentro.

Però ecco, a parte questo fatto del dover timbrare, questa mia scomodità di uscire di casa con questa stantia borsa di stoffa con il pranzo dentro con i resti della sera prima che mi sembra di essere Marcovaldo versione Naturasì però senza tempo libero, trovo che stiano tutti esagerando con questa storia della neve. Vomitevoli media. E’ inverno, nevica, fa freddo, parecchio freddo, che c’è di strano? Pare che un tempo gli inverni fossero così. Anche solo nel 2009, quando uscii dall’ospedale con il folletto in braccio e vidi Torino splendidamente bianca con il Valentino e il Po, c’erano state le scuole chiuse per neve e sembrava una cartolina e pensavo adesso scivolo e mi cade e io con lei e andando a casa in tangenziale andavamo ai 2 all’ora più perché ci sembrava di aver rapito qualcuno che per la neve, ecco anche in quell’occasione ho amato comunque la neve. Il folletto è nato sotto la neve e io sono un po’ ri-nata sotto la neve.

Ora sta un pochino esagerando, la neve intendo, ma non è lei ad essere nel torto. Lei è solo una lente d’ingrandimento sull’assurdità dei nostri tragitti in macchina per raggiungere il lavoro. Più che creare pantano ci mette di fronte al pantano delle nostre vite casamacchinaufficiomacchinacasa non sempre comode. Io apprezzo il fatto di non trovare code, almeno di solito, vado lenta e ascolto Radioflash che trasmette, ora, "Santababy" mentre i tir mi sfrecciano a fianco, superando impunemente, come tutti gli altri giorni dell’anno. I tir. I furgoni. credo che andrebbero aboliti immediatamente e pazienza se mi danno il pane.

M. invece lavora in val di Susa, dalla parte diametralmente opposta e mi pare che da quelle parti se la cavino meglio rispetto a queste umide stagnanti contrade poco aduse alla neve. Mi racconta di focacce e brioches mangiate coi colleghi, di colazioni al bar alle sei di mattina e di chiacchierate, bacheche dove attaccano le foto dei figli, storie di prostitute e uomini che vanno a prendere la moglie al lavoro armati, di quello che gli vende l’olio dell’Umbria, di logistic remix messi su Facebook. Storie di amicizia, ignoranza, compagnia, dispetti. Quando mi chiedono che lavoro fa  lui non so bene cosa dire, me lo immagino che gira in fabbrica con quelle felpe rosse sporche di grasso che non va via in lavatrice, che sta dietro a una macchina, che prende il caffè alla macchinetta, che analizza pezzi di ferro pesante con altri colleghi, che si scambia i film sulle chiavette in ufficio. Mi dice che hanno poco da lavorare, da qualche mese. Fanno cassa ogni tanto. Sembra un po’ di presidiare fortezze consumate dal vento. Sembra un po’ il deserto dei tartari. Ma forse esagero perché gennaio è notoriamente un mese più tranquillo di dicembre. Intanto il Bianconiglio è nel panico perché la produzione rallenta.

L’aria è più pulita, i bambini hanno un sacco di cose da fare, spuntano pupazzi nei parchi, tutto è bianco, intonso. E non smette. E chi lo vede come un semplice problema di gestione può continuare a spalare e imprecare perdendosi il bello, se proprio ci tiene.

Credo che il grande problema della nostra società crepuscolare sia la visione gestionale di tutto. L’ha portata la grande impresa capitalista? Quando stavamo peggio davvero, le cose si dovevano gestire per forza, e con urgenza, ma il fatto che non si usasse la parola gestire rendeva tutto più dignitoso? Oppure siamo diventati troppo previdenti e la prevenzione ci sta togliendo a morsi pezzi di vita preziosa, precisamente quelli in cui dalla vita ci si lascia sorprendere?

Sarà che mi lascio sorprendere da tutto, e non lo dico con compiacimento. A volte non è facile vivere da presi alla sprovvista. E so di appartenere comunque alla parte più previdente e preventiva dell’umanità ma devo ammettere che alla fine si fa meno fatica e si spendono meno soldi e di questo mi compiaccio. Tuttavia, come dice Ines, la mia vicina di casa in campagna, "nella vita ci sono tante sorprese ma poche belle". Lei lo dice in un perfetto astigiano che non saprei riprodurre. E chi conosce fino in fondo le implicazioni di questa frase, cioè chi più e chi meno tutti noi, sa che la neve va gustata (anche letteralmente). Perché ce ne dimentichiamo così facilmente e diventiamo così ridicoli, arrabbiati col vicino di garage che non ha spalato come noi? Ci sono quelli che non si presentano al lavoro per qualche giorno perché "la stradina di fronte a casa era bloccata dalla neve" e quelli che passano al domenica a spalare perché tutto fili liscio il lunedì mattina. Si sa, le formiche nel loropiccolo s'incazzano sempre. Nel mio piccolo sono il tipo di cicala che non pensa a spalare nel weekend ma se il disagio la coglie il lunedì arriva in ritardo, ma arriva. Dannata via di mezzo. La neve come catarsi dell’umanità, la neve come indice della divisione tra formiche e cicale.

In tutto questo domani va via la collega S., che non legge questo blog. Va in mobilità e quando ci pensa piange perché è qui da 38 anni, da quando ne aveva sedici. Sedici, capito? Che è bellissima adesso e non voglio pensare a  sedici. Per me questo significa che non dividerò più le bustine del the "la femme" con lei, non avrò più la cascata di pragmatici consigli e saggezza che mi riversava addosso nelle mattine di stanchezza. Quando mi svegliavo dieci volte per notte e poi mi aspettava una giornata di lavoro di  otto ore e lei mi diceva cosa ci voleva per me, che non è mai quello che penso ci voglia per me che da un parente non avrei accettato da lei sì. Lei mi ha protetta in mille momenti per evitare il patatrac lavorativo, prevenendo pasticci e malintesi che non avrei mai potuto pronosticare, cercando sempre di salvare il salvabile di me, e non era facile soprattutto all'inizio. Nonna S. ora comincia una nuova avventura che le invidio un sacco. Credo che tutti la ammirino, qui. E il qui sarà diverso senza di lei, spoglio, nuovo, senza basi e senza passato. Quanti aneddoti a Rivoli, quante storie ci ha raccontato in quel gabbiotto dove ho passato due anni. Rivoli per me è una nostalgia prematura di anni ancora troppo vicini ma già lontani. Lì abitavo e lavoravo, ora non più. Tutto nel raggio di pochi mesi. Rivoli ora è come una di quelle boules di vetro con i brillantini dentro, anche se prima ne ero stufa. Andare al lavoro in bici e poi, pur avendo da fare molto più di ora, tra una bolla da registrare e un giro fuori a contar cassette, tra un inventario e un estratto conto, in quel gabbiotto giallo che ci proteggeva dal mondo ne dicevamo e raccontavamo e ridevamo e lamentavamo fino alla saturazione. Momenti terribili, anche. Come possono tempi tanto difficili essere stati tanto dolci? Quattro donne chiuse in un gabbiotto giallo, capirete. La collega M. con il suo accento irresistibilmente francese e il suo umorismo contagioso da kamikaze. La collega A. con la naturopatia e quella precisione così umorale e tagliente di sezionare il mondo e la vita colpendo sempre nel segno. La collega S. e il suo bagaglio di esperienza e vita vissuta e quella voglia di proteggerci da tutto. E io, Alice nel Paese delle Meraviglie, spugna che assorbe lentamente, adottata e salvata da loro.

Adesso tutto è diverso, non siamo più sole, niente gabbiotti ma un grande dispersivo acquario con luce artificiale.

E lei per me resterà con Rivoli tra i ricordi più belli. Arrivederci, signora S.




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31 gennaio 2012

Grugliasco, 29.01.12




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31 gennaio 2012

Ancora da Perchè scrivere, di Zadie Smith

Il primo nemico dell’eccellenza nella moralità (e anche nell’arte) è la fantasia personale, il tessuto di desideri e sogni megalomani e consolatori che ci impedisce di vedere che cosa c’è fuori di noi (…) Questo non è facile e richiede, nell’arte e nella morale, una disciplina. Si potrebbe dire qui che l’arte è un’ottima analogia della morale o anche che, in questo senso, è un esempio di morale.

(…)

E’ incredibilmente difficile, disse una volta Iris Murdoch, indurre se stessi a crede che gli altri esistano come esistiamo noi.  Convincere noi stessi di questa fondamentale verità è la grande sfida dell’arte, ma è anche la sfida della nostra vita.  Gli scrittori, come chiunque altro, sono inclini a credere che tutto il mondo sia un film in cui loro sono i divi e tutti gli altri sono semplici comparse che si aggirano sul set. Per vivere bene, per scrivere bene, bisogna invece convincersi della realtà inviolabile degli altri. Io ci credo. E per giunta credo che questo rapporto si possa ritrovare a ogni livello: una frase può auto ingannarsi, può far trapelare una motivazione segreta, può sforzarsi troppo di piacere, , può mentire, può essere cieca a tutto ciò che sta fuori di lei, può credere di essere della massima importanza. Veder le cose come sono veramente… per me questo è sempre e ovunque, nella scrittura, nella vita, una questione morale.

(…)

Il romanzo è una strada a due sensi dove la fatica che si richiede a entrambe le parti alla fine risulta uguale. Leggere, se lo si fa come si deve, è difficile tanto quanto scrivere; io lo credo davvero. Quanto a quelli che assimilano la lettura all’esperienza  essenzialmente passiva di guardare la tv, non desiderano altro che svilire la lettura e i lettori.

(…)

La narrativa ti mette di fronte a un fatto tremendo: non sei l’unica cosa reale a questo mondo.

(…)

Il fatto che scrivere e leggere siano arti tanto difficili ci rammenta quanto spesso la nostra stessa soggettività ci inganni. Noi non conosciamo le persone come pensiamo di conoscerle. Il mondo non è soltanto come diciamo noi. “Non c’è etica senza fallimento”, ha detto SimoneDe Beauvoir. E io ci credo.




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19 gennaio 2012

da Perché scrivere, di Zadie Smith

Perché scrivere? Perché desideri vedere le cose come stanno. Al giorno d’oggi  uno scritto re deve fare uno sforzo incredibile per contrastare l’enorme massa di realtà effimere, venali e false che vengono pesantemente proposte  alla gente  dalla tv e dai giornali, dalle console e dagli I-Pad. Il che ci riporta all’ultimo motivo citato da Orwell, quello politico, perché sono convinta che l’elusiva sensazione che uno scrittore cerca di provocare nel lettore sia implicitamente politica:

Si, le cose stanno proprio così

Sì, mi sento proprio così

Sì, questa cosa è fatta proprio così

Sì, questa cosa funziona proprio così

In un momento in cui siamo circondati da realtà contraffatte, il desiderio di vedere le cose come stanno è già in sé un atto rivoluzionario. E’ importante sottolineare che vedere lucidamente non significa vedere univocamente: viceversa, sono le realtà contraffatte quelle che tendono a essere lineari e univoche. Un terrorista è questo. Un immigrato è questo. I sostenitori della dimostrazione empirica hanno il dovere di tentare di complicare il racconto: di rappresentare il mondo in tutta la sua incredibile varietà.

                                                                                                                                  

(…) quando mi siedo al tavolino a scrivere non spero di distruggere il monolitico complesso industriale capitalistico con la forza della mia penna. Mi sento inutile e assurda. E l’unico modo per mettere un freno a queste sensazioni è ridurre il mio lavoro alla sua unità minima: questa frase. Scrivo per costruire questa frase: per renderla più bella che posso, questa qui e anche la successiva. Io trovo questo semplice mantra molto confortante. E’ un antidoto all’inutilità.

(…)

Perché scrivere? Perché ti sta a cuore questa faccenda delle frasi: ti sembra importante. E le vuoi scrivere alla tua velocità da lumaca, con tutta la complicata attenzione che meritano. Non è solo una cosa degli scrittori: in tutto il mondo la gente sta cominciando a capire la natura rivoluzionaria del micro-, delle dimensioni ridotte e della lentezza. Del fare le cose con le proprie mani.  Del prendersi il tempo che serve.  Della vita su scala umana.  Sono tutti modi di rivendicare le nostre capacità di esseri umani in un mondo che spesso ci vede esclusivamente come produttori o consumatori.

(…)

Scrivere - per quanto patetico o assurdo possa sembrare farlo – ci permette di dimostrare che possediamo ancora abilità, idee e mezzi di comunicazione che sono nostri e basta, non legati alle carte di credito o alla posizione sociale. Ci consente di vedere il fine delle nostre azioni: almeno qui, su questa pagina.

(…)

Che tono avranno i libri del futuro? Forse quello di una voce che si sente sussurrare in un gabinetto pubblico dal buco nella paratia che lo separa da quello accanto. Una scrittura che si costruisce a partire da fondamenta piccole, che ha un sapore artigianale e idiosincratico, che assomiglia non tanto a un’epica fanfaronata  quanto a una sorta di interrogazione. Io ho questa sensazione. E tu? Io ho visto questa cosa. Riesco a farla vedere anche a te?




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16 gennaio 2012

La mano che teneva la mia

Interessante. Notevole, anche se non è Shakespeare e in qualche ingenuo passaggio lo pensi. Ho sempre preferito i classici perché hanno avuto il suggello del tempo superando l’oblìo, questo vale soprattutto per i romanzi. Pescare nel mucchio dei romanzi contemporanei mi sembra rischioso. Ho fatto un’eccezione per questo romanzo inglese che attraversa diversi decenni della storia del Novecento, ambientato a Londra, storia di una donna (anzi due) che inizialmente non ci sarà necessariamente simpatica ma poi, come il libro, ci prende e non ci lascia più.

Vedi alla voce: partoriente con velleità artistiche
Vedi alla voce: nuore di tutto il mondo, unitevi, e questa la capisce chi arriva al clamoroso finale.
Trama avvincente, intreccio, atmosfera e suggestione, Bildung, sentimento,  realtà in dosi massicce, questo per me è il romanzo. Stranamente non ho pianto per questo libro ma da quando mi sono decisa con molto scetticismo a spendere i benedetti soldi che costa un romanzo contemporaneo, in quella libreria di Pinerolo quel sabato pomeriggio d’autunno, una di quelle librerie dove ci trovi anche i succhi di frutta e il bagno e uscire diventa davvero impossibile, ecco da quella volta o forse già dalla recensione letta qua e là, avevo deciso questo libro è il mio, e il commesso me l’ha confermato e allora ho detto, è destino. Posso dire che non mi ha delusa, perché a raccontare, inventare, strutturare  una storia non sono capaci tutti, pazienza se un pochino sembra una telenovela. I personaggi sono vagamente manichei.  La vita, come volevasi dimostrare,  è dura e piena di dolore, se però vivi a Soho e lavori in una rivista e/o ti occupi d’arte riesci a sopportarlo meglio, secondo me. E’ quello che succede a Lexie, come nelle favole, eppure certe favole hanno il sapore della vita vera. O è il contrario? Decidete voi, ma leggetelo.

Qui un estratto estemporaneo, come diventiamo quando abbiamo avuto un figlio:

 "Cambiamo forma. Ci compriamo scarpe basse,ci tagliamo i capelli. Cominciamo a portarci in borsa gallette smangiucchiate, un piccolo trattore, un lembo della sua stoffa preferita, una bambola di plastica. Perdiamo tono muscolare, sonno, ragione, prospettiva. Il nostro cuore comincia a vivere al di fuori del nostro corpo. Respirano, mangiano, gattonano e - guardate! - camminano, cominciano a parlarci. Impariamo che a volte bisogna percorrere un centimetro alla volta, poi dobbiamo fermarci ad esaminare ogni legnetto, ogni sasso, ogni lattina schiacciata lungo il percorso. Ci abituiamo a non andare più dove stavamo andando. Impariamo a rammendare, magari a cucinare, a rattoppare le ginocchia delle salopette. Ci abituiamo a vivere con un amore che ci pervade, ci soffoca, ci acceca, ci controlla. Viviamo. Contempliamo il nostro corpo, la nostra pelle tesa, quei fili d'argento intorno alla fronte, i piedi che si sono stranamente ingrossati. Impariamo a guardarci meno allo specchio. Riponiamo i vestiti che si lavano solo a secco in fondo all'armadio. Alla fine li buttiamo via. Istruiamo noi stesse a non dire più "merda" e "maledizione" e impariamo a dire invece "oh, perbacco" e "santo cielo". Smettiamo di fumare, ci tingiamo i capelli, andiamo alla ricerca di altre come noi nei parchi, nelle piscine, nelle biblioteche, nei caffè. Ci riconosciamo dalla carrozzina, dallo sguardo insonne, dai bicchieri di plastica con il beccuccio. Impariamo a far scendere la febbre, a curare la tosse, a individuare i quattro sintomi della meningite, a spingere un'altalena per due ore di fila. Compriamo formine per biscotti, vernice lavabile, grembiuli, ciotole di plastica. Non tolleriamo più gli autobus in ritardo, chi si azzuffa per strada, fumare al ristorante, fare sesso dopo mezzanotte, l'incoerenza, la pigrizia, avere freddo. Contempliamo le donne più giovani mentre ci passano accanto per strada, la sigaretta in bocca, truccate, con abiti aderenti, minuscole borsette, i capelli puliti e lisci, e distogliamo lo sguardo, chiniamo la testa, continuiamo a spingere la carrozzina su per la salita".






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25 ottobre 2011

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Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Joseph Conrad




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30 settembre 2011

Teorie

Alcune teorie di cui mi mancano le fonti sostengono che i baci “tolgano energia” ai bambini, parlo di energia cosmica se così si può dire. In effetti tocchiamo con mano come i bambini fino all’anno di età, ma anche più in là, abbiano bisogno di contatto fisico costante ma siano perlopiù infastiditi dai baci in sé, insomma non ne vanno pazzi. I baci sono nostro egoismo insomma. Quindi cercherò di limitarmi. Ma è così difficile! Ci proverò. Ma quando torno a casa e mi abbraccia dicendo che ha mangiato tutti i rapanelli anche se pizzicavano io non resisto. Ci proverò.





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27 settembre 2011

Nel mezzo del cammin?

Oggi compio gli anni e sulla pagina di Google trovo la torta con le candeline e mi sento Jim Carrey, prima di scoprire che è anche compleanno di Google (oltre che di Jovanotti, as usual)

Christa Wolf (scrittrice cardine degli esami di letteratura tedesca all’università) ha scritto di recente un libro che non ho letto, l’argomento (e forse anche il titolo) è proprio il 27 settembre. Per anni e anni lei ha registrato come si è svolta la giornata del 27 settembre, giornata da lei scelta a caso o forse no ma che in ogni caso non è quella del suo compleanno. Lo scopo credo fosse registrare con cadenza annuale lo svolgersi degli eventi. Per me non è un giorno come gli altri (lo aspetto come una persona o un ospite indesiderato, ogni anno con più anticipo) ma potrei prendere esempio da Christa e farne un bel libro.

Da piccola festeggiavo il compleanno nella vigna perché puntualmente in quei giorni si vendemmiava. Ora non più, è sparito il nonno e con lui le vigne o forse ahimé è il contrario. Ho foto di me nella vigna con la torta, che bei tempi erano quelli.

A 18 anni ho fatto una festa nella villa della mia amica Maghy, sempre rigorosamente in campagna. Era pieno di gente, ospitai anche le mie amiche di città per l’occasione e a un certo punto iniziarono ad arrivare sconosciuti, ricordo con paura uno di loro che si chiuse alle spalle la porta di un retro dove ero entrata a prendere una bottiglia di qualcosa ma ricordo di averla scampata, o meglio non ricordo di non averla scampata quindi.

A trent’anni feci una merenda sinoira nel garage di casa mia in campagna con tanti invitati, ricordo lo stress dell’organizzazione e dell’essere al centro dell’attenzione e mi dissi ora basta, chimmelofafà.

Le altre volte furono cene e/o aperitivi cittadini con le amiche storiche.

L’anno scorso fu un pic nic in una splendida giornata di sole a Villarbasse con un reportage fotografico della mia amica Sara, ma forse era il ventisei.

Questo clima di bassa pressione con la nebbiolina all’orizzonte e un caldo quest’anno sorprendente, comunque sempre di profumo diverso da quello estivo, così piemontese, così malinconico, da terra di confine, fa parte di me come il sangue e mi fa pensare che non sarei potuta nascere in nessun altro giorno.

Sono la più anziana delle amiche del ’76 e il mio compleanno inaugura da sempre la stagione dei compleanni e non solo di quelli. Inaugura la fine vera dell’estate, non quella finta delle sagre del 2 settembre e delle piogge di fine agosto. E quindi l’inizio dell’autunno, dell’anno, dei buoni propositi di organizzazione della vita, delle scuole di cui comunque sento sempre l’inizio anche se non lo vivo. L’anno inizia a settembre.

E ora fa caldo a Torino e si sta ancora coi sandali perché il 27 settembre è così,  meteorologicamente imprevedibile. Con la testa che gira per la bassa pressione o per la pressione bassa e con una camicia a stelle che mi fa sentire Harry Potter o mia nonna.

Domenica ci siamo abbuffati di dolci sul portico, in campagna.

E oggi alle 18 andrò con M. a vedere “Carnage” di R.Polanski, è questo il programma del 2011.

 




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23 settembre 2011

Come muore un italiano? No, come vive un'italiana

Ultimamente mi capita spesso di trovarmi di fronte a un bivio, e non è una metafora. Intendo proprio in autostrada, in tangenziale, in uno di quei mille non-luoghi che la vita mi obbliga ogni giorno ad attraversare, quei luoghi di cintura, come canta Bersani (l’unico che meriti ascolto) “a 6 km di curve dalla vita”. Più volte al giorno mi trovo a farmi domande che richiedono una risposta velocissima, domande come “La casa di mia mamma si trova in direzione Milano-Aosta oppure Savona-Piacenza?”, “I miei genitori in questo momento sono a casa mia o a casa loro? Dove devo raggiungerli?”, “La mia nuova sede di lavoro sempre è in direzione Savona-Piacenza?”, “Devo andare a casa da E., ma E. in questo momento di trova a casa nostra, a casa dei nonni materni, a casa dei nonni paterni oppure in campagna? E se è in campagna, quanti secondi ho prima di mettermi sulla corsia che va a Trofarello ed evitare così il casello di Santena?”, e via con sottodomande più complesse come “Devo uscire al Sito perché così è la stazione del metano è più comoda oppure devo uscire a Rivoli, andare a prendere E. dai suoceri (anche se non vale, chiamarli così, ma quante etichette a volte immeritate ci fanno risparmiare parole) e poi andare alla stazione del metano vicino a casa, quella con l’asinello che E. vuole sempre vedere?”, “Avrà già fatto merenda, e perché M. non risponde mai al telefono? Ops, dimenticavo che ieri sera abbiamo litigato di nuovo e devo fare l’offesa, aspetta che mi do’ un tono prima di entrare in casa”, e via con altre sottomande più che complesse come “Di fronte al nostro essere mortali ha poi senso l’orgoglio”? che poi è la grande domanda che mi frega sempre.

Ma fatto sta che mi trovo spesso con questa Panda a metano che due anni fa non avevo, prima di cambiare casa, prima di cambiare sede di lavoro, prima di cambiare tutto e in fondo niente, perché le zone sono sempre quei non-luoghi che dicevo, davanti a un bivio con la necessità urgente di fare mente locale, con due secondi davanti prima di sbagliare uscita o entrata,e parlo di km e tempo prezioso perso se fallisco. Ma non sbaglio mai. Però che fatica. Come era facile andare al lavoro in bici a neanche 1 km da casa e tornare a casa alla fine, con neanche un minuto sprecato e davanti a me  un anno di part-time appena iniziato.

Come tutto cambia logorandoci, e come riusciamo alla fine a far quadrare tutto imponendoci tranquillità. Come sono fortunata ad avere ancora un part-time di 6 ore e mezzo, con un’ora di pausa pranzo obbligatoria che diventano sette ore e mezzo, con mezzora all’andata e mezzora al ritorno di viaggio che fanno in totale otto ore e mezzo fuori casa, e allora questo io non lo chiamo part-time, lo chiamo sequestro di persona. Io che sono fatta così, male, asimmetrica e convinta che “part-time per tutti” sia giusto e non bisogna vergognarsi a dirlo. Nel mio settore, nell’ambiente in cui lavoro, insomma nell’automotive (settore merceologico di cui non mi farò mai una ragione finchè campo), questo pensiero è un tabù. Non importa se guadagni di meno e conviene a te e all’azienda perché fai in 6 ore il lavoro di 8 se no sono comunque affari tuoi, sei comunque un privilegiato. E infatti è così che mi sento, e vorrei che non finisse mai.

Però se hai 2 figli e nessun marito e i genitori malatissimi e davvero nessuno che può andare a prendere i figli a scuola alle 19, insomma se vinci la gara del dolore e dell’impossibilità, allora forse una briciola di diritto ad ottenere questo privilegio ce l’hai, e hai l’approvazione di tutti. Giustamente, santoddio.

Ma volerlo perché per esempio vuoi veder crescere il tuo unico figlio per un tempo quotidiano appena appena ragionevole è tabù, lo sguardo altrui si fa sospetto, sei uno che vuole uscire dalle otto ore. E il mondo delle otto ore è l’unico possibile. Proprio che se accenni a  uno scenario diverso ti guardano strano.

Sono Weltanschauungen che puoi coltivare fuori coi tuoi amici ma che mi sembra vadano occultate in sede di lavoro. Questo è un consiglio per chi vuole chiederlo. Lo si può ottenere se non si ha scelta. Non parlate di scelta. Ma a ben vedere dico cose scontate.

Detto questo, io ne avevo bisogno per andare a prendere E. dai nonni.

Volevo scrivere questo post dal lavoro in modo assolutamente rischioso per un motivo, perché volevo mettere giù i dettagli di una mia giornata del 2011 perché magari in futuro poteva essere materiale interessante, per me o qualche mio famigliare, per capire la nostra epoca e me e “come si viveva”, perché si fa in fretta a dimenticare tante cose e invece è importante tenere traccia anche se ok con questo web stiamo davvero esagerando con le tracce, ma se esiste un altro modo innocuo per fregare il tempo o illudersi di farlo allora per favore qualcuno me lo dica.

Perchè poi me lo stampo e me lo incollo sul mio Zibaldone.

Tutto questo mi ricorda alcuni scritti di mio nonno trovati in casa sua o alcuni suoi temi della scuola serale, certo meno nevrotici, ma che mi sono capitati tra le mani e mi ha fatto un gran piacere. Scritti che parlavano del sorgere del sole nei campi, o addirittura un elenco di “tesi sull’esistenza di Dio”, scritti scritti in modo semplice ma inconfondibile.

Se non ci si può capire a parole può far bene, in famiglia, leggersi.Ora so anche che per lui la cosa sbagliata del Fascismo è stata solo la guerra e preferivo non saperlo ma ormai è tardi.

Mia figlia ha 2 anni e mezzo passati, da 4 mesi abbiamo cambiato casa e io da due  ho cambiato sede di lavoro di 20 km circa. Questa cosa ha sconvolto la vita a tutti anche se tutti minimizzano  ma il maledetto istinto di sopravvivenza ha fatto sì che mi munissi di cd e decidessi di dedicare all’ascolto della musica la mezzora di viaggio accettando tutta la faccenda. Tanto l'alternativa la sappiamo, era sempre la stessa. Bentrovata, musica, come ho fatto a dimenticarti per tanto tempo e vivere lo stesso? Forse eri proprio tu a mancare, con l’entusiasmo.

Mi sveglio una settimana alle 7:30 e l’altra alle 7:10, una settimana i nonni materni vengono a prendere il folletto la mattina e l’altra porto io il folletto dai nonni paterni a Rivoli, che è abbastanza vicino a noi.

Timbro il cartellino alle 8:30 in entrata e alle 16:00 in uscita, questo è stabilito fino al 31/12, poi non so.

Tutto quello che sta in mezzo è logistica a parte (ma in fondo anche) la pausa pranzo di 1 ora. La mattina prendo in frigo gli avanzi della sera prima nei loro contenitori e li metto in una borsa di stoffa con olio + 1 pomodoro o 2 ora che è estate, forchetta e coltello. La mattina un attimo prima di uscire metto le scarpe, le chiavi in tasca, la borsa del cibo, la mia borsa, la borsa del folletto a tracolla e poi sveglio il folletto, le metto i calzini e usciamo così. La metto in macchina e via dai nonni, in pigiama. La settimana degli altri nonni è tutto un po’ più comodo.

Io e la mia borsa, che coppia litigiosa.

In pausa pranzo con le colleghe, mentre altri vanno a  mangiare fuori nei self-service, restiamo nel locale mensa che è molto luminoso a differenza del nostro ufficio, e mangiamo le nostre cose, scambiandocele a volte. Si parla tanto, forse troppo, di tutto, come un tempo si faceva con le amiche in giro per via Po. Le colleghe non si scelgono ma devo dire che mi è andata bene, sono persone eccezionali e ormai siamo amiche da anni.

Alle 16:00 in punto, come mi sono imposta molto tempo fa, esco con il badge tra i denti e vado a casa o in una delle direzioni di cui sopra. Esco col sole in faccia, e la vita mi sorride. Poi, dovunque noi siamo, il folletto si sveglia e facciamo una veloce merenda, poi di corsa al parco. Quello di Collegno o di Grugliasco o di Mirafiori o qualsiasi posto verde. A volte è il supermercato, o la panetteria, o casa, o la biblioteca, ma quasi sempre siamo dalle altalene o giù di là. Intorno a noi bambini in quantità industriale, mamme al telefono, vecchietti che giocano a carte, nonni logorroici, padri orgogliosi, bambine più grandi con un prematuro senso materno che immancabilmente vogliono rapire E. e farne una loro affiliata. 

Perché anche i nonni hanno cose da fare e devono essere liberati alle 16:30 come è giusto che sia. A volte siamo in bici a volte no. A volte a piedi a volte no.

Poi è tutto un cucinare lavare togliere roba da in giro per la casa, leggere favole, giocare.

Nel nostro nuovo palazzo ci sono un sacco di bambini. Solo sul nostro pianerottolo del terzo piano ci sono 4 bambini e c’è sempre un gran viavai. Anziani che hanno grandi cose da raccontare, adolescenti scontrosi, veneti tuttofare, bambini neri (ne ho già conosciuti due, uno si chiama Michele) e una bambina dal viso asiatico, e poi ancora bambini e bambini. La sera teniamo la finestra del cucinino aperta e ne sentiamo di tutti i colori su quel cortile piccion-friendly che fa anche da parcheggio e retro di vari negozi. Quello che ogni volta mi stupisce sono le grida: disumane, viscerali, totalmente incontrollate. Io credo di aver urlato così una o due volte in vita mia, loro lo fanno tutte le sere perché si arrabbiano col figlio o perché dicono al partner che “allora te ne devi tornare in comunità”. Non tutte le conversazioni sono di questo tono, ci sono anche vecchietti che fumano placidi e un tizio forse un po’ disturbato che ci fissa per ore (per il quale, esasperati, abbiamo messo una tenda provvisoria in cucina).

A volte mi sento stanca ma poi penso a tutti quelli che hanno 3 figli e rientro nei ranghi. E questo otrebbe essere il riassunto di tutto questo post.

Da quando il folletto mi fa dormire tutta la notte, cioè circa un anno e qualcosa, va tutto molto meglio. Però non è che siano proprio ininterrotti, questi sonni.


(continua)




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9 settembre 2011

L'amico è

Un amico è una persona che possiede abbastanza tue e-mail da ricattarti per i prossimi dieci anni e ciononostante non lo fa


(Porta Palazzo, foto presa dal web)




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3 agosto 2011

GENESIS

Donna stronza non si nasce, si diventa.

La donna stronza nasce buona e poi la vita la prende a calci finché diventa irriconoscibile persino a se stessa.  

Da piccola le viene insegnato che deve essere buona e generosa con tutti e  tutto andrà bene e lei ci crede. Diventa una brava ragazza che crede nell’amore e nell’impegno che premia. Poi, sul lavoro e in amore, mazzate. A vent’anni ha molte risorse poetiche e fisiche per affrontarle e cambiare direzione, a trenta capisce che qualcosa non va fuori da lei. Lei è nata con il senso di colpa inside ma ora qualche dubbio le viene. Lei insiste, è gentile, crede nel karma anche quando chiede timidamente cose che le sono dovute interrompendo la pausa sigaretta di 8 ore del collega, accetta di passare per stupida (è il dazio che pagano le ragazze gentili nelle aziende) per poi sentirsi rispondere che ora non ha tempo, che chiamasse dopo. Poi un giorno, l’ennesima volta, comincia a stufarsi. Il tarlo dello sfinimento, al lavoro da una vita, prosegue i suoi scavi senza sosta.

La donna stronza era una che i genitori facevano rincasare presto la sera da ragazza perché si preoccupavano che non riposasse abbastanza e ci tenevano alla sua salute e poi ha visto la sorella fare cose che lei non poteva fare senza dover discutere e infine quando diventa mamma scopre che la sua famiglia di origine non fa una piega se per 8 mesi si alza 10-12 volte per notte. E’ la vita.

E’ la vita che la rende così, troppo cogliona prima e troppo rompipalle poi. E’ così che il ragazzo che ha conosciuto a 24 anni, svegliato nel cuore del pomeriggio di dieci anni dopo, non riconosce più quella belva che ora gira per casa parlando di darsi una mossa e ingiustizia. Dov’è quella ragazza ingenua per cui qualsiasi cosa a caso andava bene? La donna stronza è una donna che sognava grandi cose ma la vita le ha dato torto. Lei ha capito che farsi fregare i soldi dai liguri, partire senza sapere dove andare, tenere la casa in disordine, non asciugarsi i capelli e conoscere i suoi non è più così divertente.

La donna stronza ora comincia a capire alcune cose che un tempo la facevano sorridere lette sui giornali, su certi problemi coniugali e certe frasi fatte sulla vita a due e altre frasi sentite da studente tipo “divertiti ora che poi…”, “è l’età più bella” e altre noiosità maledettamente vere.

Si chiede perchè un tempo ogni uomo sembrava interessante da conoscere e ora le sembrano tuitti un branco di inetti da deridere.

La donna stronza sono io, siete voi, di corsa con le forbici in mano e milla sacchetti della spazzatura nell’altra, deluse dai propri capelli, da quei jeans che un tempo non ci avrebbero tradite, da tutti quei libri pieni di cazzate, da un uomo che non ha ancora capito qual è il posto delle tovaglie, da quella scatola di preservativi con scadenza aprile 2007 trovato in un cassetto, delusa da tutto ma soprattutto da tutti.

Le trovava patetiche, sentendole parlare sul pullman, 10 anni fa. Ma come siete messe, ma perché vi scaldate tanto? Pensava tra sé e sé.

Eccola raggiungere la schiera delle altre, la donna stronza degli anni zero e di tutti i tempi, che agli uomini chiaramente sta un po’ sulle balle perché rimanda loro quell’immagine un po’ rovinata anche di sé.

Ma lei non si fa più fregare, se rinasce un’altra volta nasce stronza per poi diventare buona.




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15 luglio 2011

Foto by Sibilla

Giaveno, primavera 2011





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29 giugno 2011

Epifanìe

Resta impossibile scrollarsi di dosso determinate sensazioni fisiche perchè risvegliano il fanciullino che è in noi. Talvolta si vorrebbe fuggire da tanto sentimento, nel dormiveglia, nel sole torrido dei pomeriggi d'estate, camminando a piedi nudi su un pavimento freddo in una casa di campagna, nel rumore del vento che scuote le gaggìe ma anche nell'improvviso profumo del buio anticipato in una sera d'autunno, nella ricerca di quanto e perchè quei momenti ci cambiarono , di che cosa in quei momenti si era interrotto, un tempo. Pensiamo sempre che tutto questo durerà per sempre.
La novità è che è così. Perchè tutto questo non finisce con noi. E per me crescere è stato e sarà questo: capire un po' alla volta che tutto questo non fa parte di me, ma che io sono parte di tutto questo. Ti fa sentire poco importante, ma ti dà tanto sollievo.




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21 giugno 2011

La regina degli elfi

<<E., devi fare la pipì?>>
<<No, l'ho fatta ieri>>


Mia figlia è un folletto arrivato dritto dritto da un bosco islandese, che piomba in un gruppo di seienni che giocano a calcetto annunciando entusiasta "Sono arrivata"! e quando loro la ignorano platealmente non perde il sorriso.

Usa verbi come "l'ho chiudato", "l'ho togliato" ma ne indovina ogni giorno di più.

E' la stessa inconfondibile pallina di quando è nata, affettuosa e felice, incapace di giocare da sola, addormentarsi da sola e tutto il resto da sola, perchè l'unica cosa importante per lei è e sarà sempre partecipare.

Dovreste vederla, mentre raccoglie l'acqua nel secchiello sul bagnasciuga per poi rovesciarla mezzo metro più in là, la sua faccetta concentrata e tesa, come se stesse risolvendo un problema cruciale. Doveva avere una faccia simile, il Presidente degli Stati Uniti, durante la crisi dei missili a Cuba.

Non prenderò mai le sue difese davanti a un insegnante, se mai ce ne sarà bisogno, ma lasciatemi scrivere almeno qui chi è mia figlia: una pallina Capricorno ascendente Acquario che spesso mi esaspera, ma di cui vado fiera.

A famiiggghia






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10 giugno 2011

Referendum


CHE SIA DOMENICA O LUNEDI'
L'IMPORTANTE E' CHE VOTI SI





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8 giugno 2011

Cose scritte da Zadie Smith

In Italia la donna è l’oggetto guardato, finché la gente non si stanca di guardarla, e a quel punto  viene abbandonata a se stessa.

 

Ma senz’altro intuiamo la realtà più difficile da accettare: che la Famiglia rappresenta la realtà di cui il Natale è il sogno. Ovviamente, è nella Famiglia (incasinata, complessa, triste, felice, e tutte le possibili gradazioni di queste ultime due parole) che consiste il vero dono, sotto la carta del pacchetto. La Famiglia è il miracolo quotidiano, e il Natale è il rispetto forzato di una serie di ideali che, in verità, non hanno alcuna importanza.

(…)

Che Babbo Natale mi aiuti, ma ci credo anche io. Capisci che ci credi quando metti su la tua piccola famiglia con un tipo conosciuto quattro anni fa in un locale, e lui tenta di aprire i regali la sera della vigilia perché nella sua famiglia si faceva così e ti viene una gran voglia di scappare via dal palazzo urlando e proclamando che la fine del mondo è vicina.

 

Il grande tema di Forster, come tutti sanno, era la connessione: fra i popoli, fra le nazioni, fra la testa e il cuore, fra il lavoro manuale e l’arte.

 

Zadie Smith, Cambiare Idea



 




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31 maggio 2011

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Una delle funzioni essenziali della madre consiste nell'introdurre il mondo a piccole dosi, 

un compito che non richiede le doti intellettuali necessarie ai filosofi, ma semplicemente la devozione nei confronti del proprio bambino.

D. W. Winnicot




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16 marzo 2011

Exodus - finding shelter








Mentre partorivo giuravo a me stessa che mai più, per nessun motivo, a qualunque costo, ci sarei passata, non lo avrei permesso. Mentre facevo meditazione per alleviare le coliche biliari per cui fui operata poco tempo dopo giuravo a me stessa che sarei diventata un monaco buddista, nutrendomi esclusivamente di acqua, vegetali e semi, mentre un'immagine di purezza infinita si materializzava nella mia mente, un essere dagli organi intonsi che percorreva un sentiero di luce verso la disintossicazione psicofisica totale.
Eccomi qui, un biennio dopo, a divorare un Kinder Delice di fronte al distributore automatico n estatica, più che altro estetica, ammirazione di qualsivoglia pancia mi passi vicino.

L'esperienza non mi insegna nulla, figuriamoci l'inesperienza.
Ho studiato lingue e dunque non sono preparata sulle ristrutturazioni di vecchi appartamenti.Forse sarebbe opportuno quando l'appartamento in questione è il mio, congelato nel quadretto della mia mente per mesi di attesa e improvvisamente percorso in lungo e in largo da muratori, lucidatori, operai e opinionisti (quante copie esistono in giro delle chiavi di casa nostra? qualcuno ha chiesto i documenti all'ingresso a tutti questi sconosciuti? perchè l'omino che fece il preventivo è diventato uno sconosciuto entourage subappaltato che, come me del resto, lavora a cottimo?). Pagati per velocità distruttiva, non guardano in faccia a nessuno e quando non rispondo in fretta alle loro domande a tappeto su localizzazione delle prese o altro, guardano per terra tra la scocciatura e la commiserazione.
E' un altro mondo, quello dell'edilizia, e non voglio più incrociarlo sui sentieri della vita.
Si trattava solo di giocare con un muro preservando quel cimelio di inzio anni sessanta che è l'appartamento, perchè casa nostra è stata invasa da alieni e cumuli di detriti la intasano come se avessimo chiesto di demolirla interamente?

E' stato lungo il cammino che ci ha portati qui. Per bisogno di spazio, ma anche per dare un calcio a Kasheene Vice, con le sue cacche di cane, i suoi centri estetici, le sue parrucchiere, la sua umanità anziana o zarra senza vie di mezzo, l'orribile palazzone della Telecontrol, la sua mancanza di librerie o panetterie degne di questo nome. Un calcio ai capannoni industriali in prossimità dei quali ho vissuto finora, prima a Mirafiori e poi qua. Basta attraversare Corso Francia, che si srotola davanti a te come un tappeto di semafori rossi, con Superga laggiù, ed ecco che ti trovi dalla parte sbagliata del fiume, quella industriale. Ed ecco che il centro di Grugliasco ad un tratto ti sembra Prenzlauer Berg.

Da un paio d'anni, o forse sei, viviamo sospesi in questo triangolo Collegnogrugliascorivoli senza soluzione di continuità. L'unica cosa che sapevamo era che volevamo stare al centro di qualcosa, anche di piccolo. Parliamo sempre di borghi di provincia, sia chiaro.

Il centro di Rivoli è lo struscio fighetto che in fondo non ci appartiene, caotico e dispersivo, anche se quel castello rimarrà sempre lì, come un sogno irrealizzabile, dove è giusto che resti. Come quelle sere d'estate seduti sulle panchine lassù, con i ragazzi del muretto, a prender fresco.
Quante case abbiamo visitato a Rivoli! Segni particolari: vecchie. Più erano ammuffite e più ci piacevano, basta che stessero all'ombra del castello in quei vecchi vicoli impraticabili di porfido, impresentabili ai nostri genitori, imparcheggiabili, ma con terrazzi impagabili. E perdite nei muri...

E questo mi riporta ai miei cari genitori.Sui genitori ci sarebbe da aprire una interminabile parentesi. Dei cahiers de doléances, più che altro. Ho visto emergere, dopo anni di relativa libertà da entrambe le parti, l'antica volontà di comandare, la mancanza di fiducia. L'adolescente ribelle che è in me si è risvegliata, più insofferente che mai.
Forse da qualche parte esiste una me che poteva andare d'accordo con sua mamma, farci amicizia, scendere a patti con lei e magari un giorno finire insieme a comprare tende all'Ikea. Ma in questa vita non sono io quella ragazza.
Abbiamo deciso di fare da soli. O meglio di scegliere da soli. Quella che sarà aiutata economicamente sono io, ma in questo preciso momento i miei genitori non hanno ancora visto casa mia, sebbene io speri di vederli presto lì.
(...)
M. voleva qualcosa di più popolare, come siamo noi (ma non come lo è Briatore).
Collegno è il parco storico, degli amici che si ritrovano, un vero parco degno di questo nome e per sempre insostituibile. Ci entrai la prima volta alle medie, con gli scout e le tende passammo un intero weekend là. Venimmo svegliati da due anziani abitanti dell'ex manicomio che bussavano alle tende. Ma fuori da quel parco la casa giusta non saltava fuori. O davanti al parco o niente, ci siamo detti. Poche visite lì intorno, e deludenti.
Troppe case nuove a quattrocentomilaeuro con soffitti bassi e stanze minuscole. E il treno che fa rumore.

Ho visto case nuove da 300000 Euro con infissi pregiati e vista sul muro di fronte. Ho visto case con soffitti che mi veniva da soffocare. Ho visto case orrende in posti spettacolari e case interessanti in posti che non erano posti. Ho visto case infinitamente tristi e case improponibili che sono ancora in vendita adesso. Mi sono innamorata di un appartamento poco costoso al 4° piano senza ascensore con un bellissimo terrazzo di cui mio papà non voleva sentir parlare.

A Grugliasco siamo affezionati da tempo. Frequentiamo il suo mercato il sabato. C'è un grande parco, leggermento più nuovo e spelacchiato di quello storico di Collegno, ma il centro storico è proprio lì vicino, con le Serre e tutto il resto.
Proprio in quell'isola pedonale più di un anno fa trovammo un appartamento al secondo piano senza ascensore, metratura che cercavamo noi, molto particolare. Ci piacque subito, e poi aveva una elegante scala in legno che portava in una mansarda che come quasi tutte le mansarde non sarà stata abitabile, pensammo, ma in futuro, per il folletto, avremmo potuto farci qualcosa.
Come mi piacque subito anche quella ragazza del sud dall'aria ingenua e gioviale con un matrimonio a monte alle spalle e una casa troppo grande per lei!
Quella ragazza si rivelò ingenua nell'accezione più fastidiosa del termine, ignorante e orgogliosa di esserlo, "una che non ti lascia parlare" per parole dello stesso notaio. La sua mansarda si rivelò del tutto abusiva e la piantina catastale dell'appartamento fece emergere casini tali da dare lavoro a un geometra di buona volontà per mesi interminabili. Tuttora mi chiedo se ce l'abbia fatta a spuntarla e rendere vendibile quella casa.
Passando di lì pochi giorni fa ho visto un cartello di un'agenzia immobiliare attaccato sul portone, era indubbiamente casa sua. Credo che abbia dovuto rinunciare a trentamila euro buoni , insieme all'avidità di cui con noi aveva fatto ampia mostra. Per mesi ci tenne sulla corda senza voler scendere minimamente di prezzo. Io, innamorata di quell'appartamento così particolare, aspettai un compromesso che non sarebbe mai arrivato.
Ci dicemmo che nel frattempo ci saremmo guardati intorno, pronti a mandare tutto all'aria qualora si fosse presentata una casa migliore sul nostro cammino.
Per molto tempo pensai seriamente che non avremmo mai cambiato casa, almeno non nei prossimi 20 anni. Ho imparato che la casa perfetta non esiste, soprattutto se non ti piacciono le case nuove. Le case vecchie o semivecchie hanno sempre qualcosa che non piace alla generazione prima della tua, che è quella che detiene soldi e potere.  E quasi tutte si portano dietro imprecisioni catastali derivanti da modifiche fatte nel tempo e mai regolarizzate. Andare al lavoro e seguire una burocrazia del genere mi causerebbe uno stress emotivo per me insostenibile (leggi vomito e senso di impotenza miste a una grande noia).
Nel frattempo però avevamo deciso di comprare da soli e mettere i nostri genitori di fronte al fatto compiuto. Questo è stato un passo molto importante per noi, una presa di responsabilità al contempo ponderata e incosciente (siamo davvero poco esperti di case) ma necessaria per sopravvivere. Imparai che davvero tutto è relativo, ma le case più di tutto. Mi rifiuto di credere, come sostiene mio papà, che ogni casa abbia un valore oggettivamente misurabile. Per me ogni casa ha il valore di felicità e abitabilità che le si attribuisce e ognuno ha il suo, con il suo bagaglio di storia passata e sogni infranti passati che si porta dietro.
Poi ci sono i soldi che uno ha, e quelli che può o vuole farsi prestare, e questa è una cosa con cui scendere a patti. Ci sono tanti parametri, e ci sono tanti modi per ordinarli.
Io ad esempio alla fine di tutto ho capito che per me la metratura veniva prima dell'originalità.
E di sicuro cambierei ancora idea negli anni.

Abbiamo continuato a vedere case nelle solite zone. Ho imparato che quando una casa interessa fioccano domande e si parla fitto fitto col proprietario e quando non interessa cala il silenzio.
In uno dei nostri giri, non troppo frequenti perchè comunque abbiamo un lavoro e una famiglia, ci siamo imbattuti in questa casa che poi abbiamo (quasi) comprato. Segni particolari: grande. In un grande condominio popolare, dove mi sentivo saremmo finiti. Non si sfugge a certe cose. Per qualche giorno la confrontai e riconfrontai nella mia mente con la casa della ragazza ingenua del sud, per capire quale preferivo. Per la prima volta trovai dei vantaggi rispetto alla casa della ragazza ingenua del sud. Il prezzo era lo stesso, questa casa era meno "particolare", un semplice appartamento proletario degli anni 60 con 3 stanze da letto tinello, un enorme corridoio. balcone sul cortile interno con tanto di stendipanni e lunghissimo e stretto balcone affacciato sul centro di Grugliasco per le camere da letto e quella che sarà la stanza dei libri e della musica. Cose "gravi" da sistemare non ce n'erano, all'apparenza. Infissi vecchi, pavimenti di vecchio marmo da lucidare, muri dai colori orrendi, ma bagno e impianti nuovi.
Ci è sembrata giusta per noi e abbiamo fatto un'offerta che è stata rifiutata. Due giovani sfigati con due soldi in tasca "andarono incontro economicamente" a donne avide di mezza età. Ancora quella generazione, prima della nostra, con cui scontrarsi per i soldi.
Non so se è stato un affare, ma posso confermare che le poche case che abbiamo parlato seriamente di comprare avevano tutte lo stesso prezzo e anche questo non sarà un caso. Anche se il prezzo che avevamo intenzione di pagare era più basso.

Mi sono immaginata rincorrere il folletto per i prossimi 3 anni sulla "elegante scala in legno" che portava nella mansarda della ragazza ingenua del sud e ho capito che così sarebbe stato tutto più comodo e alla portata, anche se meno particolare.

Così ho mandato un sms alla ragazza ingenua del sud con scritto che avevo trovato un'altra casa e la nostra offerta era stata (vorrei vedere) accettata. Firmato virtualmente ragazza ingenua del nord, saluti. Deve essere stata una piccola mazzata per la ragazza ingenua del sud, per cui in quel preciso momento non provavo rancore, però quando si dice che doveva andare così. Lei, come mi aveva scritto, avrebbe proseguito comunque la regolarizzazione della sua mansarda perchè ormai voleva andare fino in fondo. Forse tutto questo è stato educativo per noi e per lei.

E' difficile trovare un compromesso tra il bisogno di trasparenza di questo paese e quindi la necessità di fare le cose pulite,  e tutti gli ostacoli che si trova di fronte chi vuole fare le cose pulite. Cose del tipo: siamo disposti a pagare il doppio pur di avere la fattura? Purtroppo è tutto in mano a noi, pesci piccoli,  e di alibi ce ne sarebbero sempre..

E così, equidistanti da Rivoli, Mirafiori, parco di Collegno, azienda dove lavoro, stazione rifornimento metano percorrendo in questa ridente parte di città, mi trovo a sforzarmi di guardare tutto con occhi nuovi, nel traffico delle sei e mezza di sera, pensando che la periferia resta sempre tale, e ti salvi solo in qualche isola pedonale che ti illude di essere lontano da caos. Cercavamo solo un posto in cui dover scendere senza prendere la macchina per fare un giro, andare nel parco, fare la spesa, tutte quelle cose che condizionano la tua vita quotidiana in modo preponderante. Non so a voi, ma a me guidare non piace.

Dalle finestre delle stanze da letto si vede il campanile, i giardini e le case basse del centro di Grugliasco, dalla finestra della cucina casermoni nuovi e dietro a quelli, campi di tralicci e  laggiù oltre i tralicci, l'inceneritore. Così è la medaglia della vita. E questo mi ricorda Ovosodo.

Trasloco in vista, stress da tenere a bada. Le nostre fatiche sono indirizzate al folletto e non ne restano molte per una casa, figuriamoci per noi. Per fortuna non siamo due perfezionisti e ci accontentiamo di fare quello che possiamo, spesso male.

Crescere significa capire il senso di quelli che da bambini erano noiosi luoghi comuni: i proverbi. Tutta la sapienza del mondo sta nei proverbi. Chisaccontentagode, per esempio.
Chi va piano va sano e va lontano, pure.

Avevo detto seriamente a M. che sarei stata pronta a trasferirmi in campagna, se lui avesse voluto. Ma lui teme che un giorno il folletto ci chiederà un motorino e per evitarlo è voluto stare vicino ai mezzi pubblici (se così possiamo chiamarli). E a me il centro di Torino spesso manca e forse è meglio così.

Resta un  ampio bilocale al sesto piano a Kasheene Vice, con un minuscolo balcone, un giardino di pini e tanti anziani invadenti, calorosi e casinisti, un piccolo formicaio condominiale. Restano forse in quei pochi metri quadri questi sei anni in cui siamo cresciuti, moltiplicandoci, tra gioie e dolori, prima sperimentando una tardiva libertà di movimento rispetto alla famiglia di origine, il piacere fittizio di non dover rendere conto a nessuno se non ad un compagno per nulla soffocante, poi facendoci sommergere da una valanga di responsabilità che ci hanno cambiati. Sempre viaggiando, scappando appena possibile da quei pochi metri per vedere altro. Resta il ricordo di quella bimba appena nata, di quell'estate di claustrofobia domestica che mi ha fatto capire che non era il quartiere giusto per me, delle nostre cene, delle feste. Restano le foto.
Resta il ricordo di quella notte che la vicina di sotto a momenti ci faceva saltare tutti in aria  tentando il suicidio col gas.
Quel bilocale sarà occupato da un uomo di mezza età che ne ha passate tante. Gli auguro ogni bene.
Resta la sensazione che i posti contino come e più delle persone, perchè quelli più o meno restano, che il cambiamento è la cifra di tutto e va accettato e che dovunque sbattiamo la testa,  come diceva Novalis, andiamo "sempre verso casa".


Continua




permalink | inviato da rossodisara il 16/3/2011 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

4 marzo 2011

Icecream of consciousness

Quando compro un nuovo vestito che mi esalta e torno a casa con la mia borsa di carta sono contenta, ma mai del tutto. Mentre mi dico che caschi il mondo per i prossimi 10 mesi non comprerò più nulla, lo ripongo in qualche angolo dell'armadio e anche della mia mente in attesa del momento giusto, e da lì in poi parte il revival degli stracci del mio armadio. E' come se mi sentissi in colpa verso di loro, perchè mai abbastanza valorizzati, sfruttati, indossati da me proprietaria ingrata. e sempre in cerca di novità.
E allora li riconsidero uno per uno e quasi sempre il giorno dopo mi vedrete uscire con la cosa più improbabile di tutte, come se volessi dire al mondo che io no, non sono una che spreca, che questa cosa strana e discutibile presa 6 anni fa la metto ancora perchè ho tempo e luogo per ogni cosa, io, e non spreco un centesimo. Che dal più vecchio al più nuovo per me sono tutti uguali e voglio loro bene allo stesso modo.

Once upon a time you dressed so fine
you threw the bums a dime in your prime
didn't you?


Pensavi mi precipitassi ad indossarti, abito nuovo narcisista, ma stai li a cuccia un po' e vedremo quanto vali.

People'd call, say, "Beware doll, you're bound to fall,"
You thought they were all a’kiddin' you.


E filosofeggio su quanto in realtà questa cosa vecchia che oggi ho rispolverato non sia poi da buttare paragonata a quella bella e nuova di ieri, che ora io penso metterò per sempre e poi sappiamo che, invece.

You used to laugh about
Everybody that was hangin' out.


E vado indietro nel tempo e la ri-guardo con occhi nuovi. Ma questo vecchio straccetto non starebbe in piedi, senza quello nuovo di riserva nei miei pensieri.

Now you don't talk so loud,
Now you don't seem so proud,


Mi chiedo se provi qualcosa del genere chi torna dalla moglie o dal marito dopo aver visto l'amante.

Figure retoriche per principianti.
 




permalink | inviato da rossodisara il 4/3/2011 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

21 febbraio 2011

Icecream guerrilla ovvero La Versione Di Sara

Ieri con M. e pallina abbiamo preso un autobus pieno di boyscouts e una metropolitana e siamo andati in centro, destinazione Grom. Un cono per M. e uno per me fiordilatte e limone che non mi piace ma che ho preso per pallina la quale aveva espresso questa preferenza. Un cono in più per pallina riempito con un po' di limone. Ma non è più la pallina di un tempo, che condivide il cibo con me. Il suo cono non le piaceva, voleva il mio. Non è più ragionevole, pallina capricorno, forse non lo è mai stata. E così eccomi con il suo cono limone in mano e lei col mio grande cono fiordilatte e limone in mano, che le cola su tutta la giacca ma guai a toccarglielo. Eccomi mandar giù un gusto limone che non voglio guardando con rabbia il suo cono.
Nel frattempo M. si era divorato il suo cono cioccolato e crema bello tranquillo e già addentava il mio mentre ero distratta. Almeno il cono fammelo mangiare, dico io. Pallina si è divorata il mio gelato lasciando solo il cono, che M. di nuovo stava addentando con aria ignara di tutto. L'ho fermato in tempo dicendo che quel secondo cono vuoto spettava a me.
In tutto questo, passeggiando per via Roma, mi sono vista dal di fuori mentre lagnavo con M., con lo stesso tono di un bambino di 4 anni, che non era giusto non poter mangiare non dico un gelato ma neanche mezzo, che a me bastava un po' di fiordilatte e lei non me lo ha fatto neanche assaggiare, che ho sempre a che fare con due ingordi e non posso andare avanti così, ho voglia di gelato!
Luna piena a parte, ne ho ricavato tre riflessioni:
1) sono una madre, ma prima di tutto una bambina che vuole il suo gelato. Quella bambina è sempre viva e vegeta in me, e spesso ho paura che abbia il sopravvento sulla madre. Questo in senso pienamente metaforico (il gelato è solo la punta dell'iceberg? quanti bisogni vitali e individualistici sto reprimendo a fatica mentre pallina sente che a volte sono qui e vorrei essere lì? ne patirà e quanto?). Il gelato è il tuo superio che devi annientare per far nascere la madre che è in te.
2)quando c'è un dolce di mezzo e sono in crisi di astinenza non c'è sentimento materno che tenga
3)Pallina è proprio figlia di suo padre, non fai in tempo a girarti che ti ha ripulito il piatto pensando che "tu non ne volessi più". lui, padre degenere, lo fa con lei a tavola, là dove io mangio avanzi , parti bruciacchiate e verdure appassite da 2 anni. Un tempo non capivo questo annientamento della madre, non pensavo che avrei potuto sopravvivere nutrendomi degli scarti e delle parti peggiori per lasciare a un altro le migliori. L'amore tra uomo e donna non ha niente a che vedere con questo, almeno non il nostro :-). In definitiva in ogni famiglia c'è uno che rinuncia, diciamo pure soccombe (nella stragrande maggioranza delle famiglie è da sempre la madre) e nella nostra...beh, è evidente.






permalink | inviato da rossodisara il 21/2/2011 alle 13:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


 

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